8 gennaio 2015 - Charlie Hebdo

"Mi addolora quanto è successo ma io non mi sento di scrivere "io sono Charlie", una satira così eccessiva non mi rispecchia"

Difficile capire quale sia il limite oltre il quale la satira diventa semplicemente mancanza di rispetto,
una cosa però è certa, non è con l'assassinio di persone inermi che si risolve la questione, non è uccidendo che si tacitano le voci.
Ciò che è successo in Francia al giornale satirico Charlie Hebdo è una barbarie, terrorismo, un'esecuzione parificabile a quelle mafiose e dittatoriali, e non ci sono scuse che possano giustificare un simile atto sciagurato.
Il clamore esploso sul web e nelle piazze mi ha portata a riflettere su una domanda: dove finisce la nostra libertà di espressione? Possiamo realmente dire, scrivere o disegnare tutto ciò che ci passa per la mente? In teoria sì, in pratica no. 
Io, come artista, mi sono sentita libera di realizzare opere scandalose agli occhi di molti, libertà che  nella realtà è stata negata in quanto non ho trovato nessun luogo in cui abbiano accettato di esporre i miei quadri, nessuno ha voluto mostrare opere raffiguranti falli, seni e vulve. Io mi sono sentita offesa, frustrata da questa visione bigotta che a mio avviso non ha nessuna ragione d'essere nella nostra epoca, soprattutto perchè certe raffigurazioni non sono certo un'innovazione, già nell'antica Roma i falli erano allegramente rappresentati. Però questa è la mia visione, il punto di vista di un'artista agnostica dalle idee sufficientemente larghe. Probabilmente, anzi sicuramente, coloro che hanno ucciso "le matite francesi" metterebbero me e i miei quadri all'indice anche se non offendono direttamente la loro religione ( se poi di religione si tratta in questo caso o semplicemente di fanatismo).
Ma il mio ragionamento non si ferma all'esempio riferito ai miei quadri. 
Ho visto alcune vignette pubblicate su Charlie Hebdo e le ho trovate offensive, eccessive, inutilmente esagerate e, se questa è stata l'impressione suscitata in una donna di larghe vedute, mi sono chiesta  quale ira abbiano scatenato nelle menti dei folli estremisti.
Come ho già precisato non giustifico assolutamente ciò che è successo, ma credo che dovremmo porci qualche domanda su quanto la nostra libertà possa essere anteposta al rispetto altrui. Le idee possono e DEVONO essere espresse liberamente, tuttavia credo che nell'esporle dobbiamo  pensare al modo, al linguaggio e soprattuto a coloro a cui tali idee vengono proposte. Certo se esponiamo un pensiero solo per provocare allora inutile farci troppe seghe mentali, se invece siamo in cerca di un'apertura dobbiamo trovare un linguaggio consono e comprensibile a chi riceve il messaggio. Beh, certo la satira da sempre ha il compito di provocare e non di fare da paciera...ma nulla mi toglie dalla testa che anche qui ci sia un limite, per quanto piccolo, che gli autori stessi dovrebbe autoimporsi.
Posso io in quanto giornalista satirico offendere pesantemente qualcuno? Ma soprattutto è un'operazione intelligente farlo nei confronti di un popolo che ha un senso dell'umorismo completamente diverso dal mio? Sicuramente ci saranno leggi che regolamentano quanto certe espressioni possano spingersi al limite, leggi che non conosco ma che suppongo, per la natura stessa dell'argomento, si muovano in bilico su un filo molto sottile.
Purtroppo queste mie riflessioni non mi hanno portato da nessuna parte, il tutto si esaurisce con una domanda alla quale non so trovare una risposta e forse una risposta univoca non c'è e non potrà mai esserci  poichè ognuno, pur facendo parte di una comunità, è un individuo con una propria sensibilità e una propria visione delle cose.
Ieri nel leggere migliaia di tweets firmati #JeSuisCharlie ho sentito che non potevo retwittarli e che non potevo a mia volta postare un pensiero usando tale hashtag, perché, per quanto fossi sconvolta da ciò che era accaduto, non sarei stata fedele a me stessa mettendomi nei loro panni perchè in fin dei conti porto un'abito diverso.